Effetto Lucifero: Cattivi si è o si diventa?

Cattivi si è o si diventa?

Nella concezione comune si ritiene che il male e i crimini siano il frutto di una personalità malata, violenta e perversa. Questa idea dà sicurezza alle persone, perché crea una sorta di “scudo” che le difende dalla possibilità di avere comportamenti devianti, malvagi o criminali, aggettivi che invece si credono appartenere solo a determinate persone (es. i ladri) e a determinati ambienti (es. le periferie degradate). Ma cattivi si é o si diventa?

Questa credenza è stata affrontata da Philip Zimbardo, nel suo testo Effetto Lucifero. in cui riassume il problema nel modo seguente:

L’idea che un abisso invalicabile separi le persone buone da quelle cattive è consolante per almeno due ragioni. Anzitutto, crea una logica binaria, in cui il Male è essenzializzato. La maggior parte di noi percepisce il Male come un’entità, una qualità intrinseca di certe persone e non di altre. Alla fine, un cattivo seme dà cattivi frutti, come mostra il loro destino… Inoltre, sostenere che esiste una dicotomia Bene-Male assolve “le persone buone” dalla responsabilità. Le libera dal dover prendere anche soltanto in considerazione il loro possibile ruolo nel creare, difendere, perpetuare o ammettere le condizioni che contribuiscono alla delinquenza, al crimine, ai vandalismo, alle molestie, al bullismo, allo stupro, alla tortura, al terrore e alla violenza. “Così va il mondo, non si può fare granché per cambiario, e certo non posso farlo io”.

Anche una persona “buona”, può diventare violenta

Secondo l’autore le situazioni (il contesto) hanno un ruolo fondamentale nel dare origine a comportamenti anche radicalmente diversi da quelli soliti : in determinate circostanze anche una persona ” buona ” può diventare violenta e perversa.

Questa ipotesi è stata verificata nell’esperimento carcerario di Stanford condotto nel 1971 dallo stesso Philip Zimbardo.

L’esperimento era una simulazione di vita carceraria condotta su 24 volontari, selezionati affinché ognuno di essi fosse mentalmente stabile, con nessun problema di personalità o comportamenti devianti, e ben lontano dall’essere violento o perverso. Di questi 24, 12 erano prigionieri che dovevano sottostare a una rigida serie di regole, i restanti 12 erano le guardie, che avevano un’ampia libertà sui metodi da adottare per mantenere l’ordine. Zimbardo svolgeva il ruolo di direttore della prigione.

L’esperimento di Standford

Lo psicologo associò a ogni ruolo dei simboli distintivi e l’obbiettivo primario era di creare una condizione di deindividuazione (cioè far perdere all’individuo la proprio identità personale, la propria morale, la responsabilità, l’autocontrollo per far emergere impulsi antisociali). Le guardie vestivano dei simboli del potere : uniformi anonimizzanti, occhiali a specchio, manganelli, fischietti e manette. I prigionieri indossavano invece dei simboli di deumanizzazione : una casacca numerata e una catena alle caviglie.

L’esperimento cominciò con la simulazione dell’arresto dei 12 prigionieri nei loro dormitori da una vera volante della polizia, che rispettò fedelmente ciò che accade in realtà. Dopo appena 2 giorni dall’inizio si ebbe la prima rivolta dei carcerati che si strapparono le divise e si barricarono in cella, la risposta delle guardie fu di intimidire costringendo i detenuti a pulire le latrine a mani nude o a svolgere altre azioni degradanti, a cantare canzoni oscene, a fingere atti di sodomia, e a denudarsi. Dopo 5 giorni i detenuti erano ormai trasformati: erano docili e passivi, distaccati dalla realtà, con seri disturbi emotivi. Da parte loro anche le guardie erano completamente separate dalla realtà, avevano appieno abbracciato il loro finto ruolo, proseguendo con i loro atti sadici di umiliazione e soprusi. Al sesto giorno Zimbardo decise di porre fine all’esperimento vista la piega ormai drammatica che aveva preso, con sollievo da parte dei prigionieri e rammarico da parte delle guardie.

Il comportamento sadico attuato dalle guardie è quello che Zimbardo definisce Effetto Lucifero, un processo in cui persone normali perdono la propria identità e morale, e si trasformano attuando comportamenti malvagi e violenti.

Secondo l’opinione di Philip Zimbardo, la prigione finta, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, era diventata una prigione vera.

 

Concludendo

Assumere un ruolo istituzionale, induce ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi.

Si può affermare, quindi, che non c’è una linea netta tra chi è malvagio e chi no, ma chiunque può trasformarsi, a seconda della situazione in cui si ritrova ad agire, in un violento.

 


 

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Autore dell'articolo: Davide Pasini