Riabilitare attraverso la Pet Therapy

Riabilitare attraverso la Pet Therapy

Gli Interventi Assistiti con gli Animali (Pet Therapy sono interventi psicosociali, che hanno il potenziale per aumentare gli effetti di altri tipi d’intervento, quali psicoterapie e farmacoterapie, e ai quali possono essere complementari.

Questo articolo è un estratto della mia tesi di laurea ed è stato preceduto da un altro, che ne pone le basi teoriche e di cui consiglio la lettura se siete interessati all’argomento: Pet Therapy: Ultime ricerche riguardo la sua scientificità.


IN BREVE: La Pet Therapy negli ultimi anni si è rivelata un valido strumento per procedere in un percorso di Riabilitazione Integrata, ovvero sanitaria e sociale. Si è dimostrata efficace nella riduzione della depressione e degli stati d’ansia, nell’aumentare senso di efficacia, autostima e forza d’autorealizzazione, fino ad arrivare alla ridefinizione del ruolo sociale.

La Pet Therapy mette in atto il cambiamento. Le persone smettono di vedersi come diverse ed imparano ad utilizzare le loro abilità e ad avere stima di sè.




Disabilità e Riabilitazione.

L’inizio di questo percorso necessita prima di tutto la distinzione fondamentale tra due termini: Disabilità e Handicap. Intendiamo con il termine disabilità la mancanza, in un individuo, di capacità fisiche o psichiche tipiche della sua specie, della sua età e del suo genere. La disabilità può essere congenita oppure derivare da un trauma e può mutare nel tempo. L’handicap, può essere considerato, invece, una conseguenza della disabilità, che va ad intaccare la sfera psichica e sociale del soggetto [Papini, 2009].

SE NE ERA PARLATO ANCHE QUI: Cosa trasforma un Handicap in un Deficit?

La disabilità ha conseguenze sulla personalità del soggetto, così come sull’ambiente che lo circonda, e può tramutarsi nell’incapacità di rapportarsi con gli altri, di avere fiducia in se stessi e di intraprendere un percorso riabilitativo. Farsi condizionare dalle aspettative, spesso ridotte, alterne, confuse, del mondo esterno, può significare per un disabile assumere il ruolo di handicappato (ruolo inteso come “ciò che gli altri si aspettano da me”), all’interno della società, e oscillare, in età evolutiva, tra atteggiamenti di impotenza (passività, mancanza di propositività) e onnipotenza (atteggiamenti tirannici). L’iperprotettività familiare e l’attitudine parentale a viziare il bambino, inoltre, minano la sua individualità e rischiano di rinchiuderlo in una condizione simbiotica, dove il tempo si ferma e il disabile permane eternamente in una dimensione infantile [Ibidem].

La problematica dell’handicap finisce per avere tratti comuni negli individui, indipendentemente dal tipo di disabilità che lo ha prodotto e se non tenuta in considerazione, ci si dovrà aspettare un’inesorabile fallimento del programma riabilitativo [ibidem].

La riabilitazione ha come obiettivo l’acquisizione della maggiore autonomia possibile, che Beppe Porqueddu definisce come la “Possibilità e capacità di progettare la propria esistenza per entrare in relazione con gli altri e sempre con gli altri partecipare attivamente alla costruzione della società”.

Possono essere riconosciute due tipologie di riabilitazione: la Riabilitazione Tecnica (R1) e la Riabilitazione Sociale (R2). La prima (R1) si oppone all’irreversibilità della compromissione delle competenze adattive, puntando a ridurre al minimo l’incompetenza funzionale data dalla disabilità, tramite tecniche sanitarie specifiche, mentre la seconda (R2) deve confrontarsi con l’atteggiamento dell’ambiente nei confronti della disabilità, riducendo le problematiche dell’handicap tramite lo sviluppo delle relazioni (in età evolutiva tra madre e bambino, successivamente in ambito microsociale, bambino/famiglia/scuola, e infine tra l’individuo e la società nella sua interezza).

Un percorso riabilitativo deve prevedere, quindi, sia la riabilitazione tecnica, che la riabilitazione sociale, alternandole in maniera equilibrata,

in modo da non incorrere in una “segregazione riabilitativa” (minima disabilità possibile con il massimo dell’handicap), derivata dall’esclusione totale del soggetto dalle esperienze di vita normale, ne in una “noncuranza riabilitativa”, dovuta alla completa negazione della disabilità. [Ibidem].

Una soluzione a queste difficoltà è data dalla Riabilitazione Integrata, rappresentata da “tutti quei metodi di cui l’intento riabilitativo sulla disabilità (R1) è incluso e mascherato in un’attività a cui partecipano persone normali (R2)” [Papini, 1996 e Papini, 2009].

Gli Interventi Assistiti con gli Animali rappresentano un perfetto esempio di Riabilitazione Integrata,

poichè includono e nascondono i principi della riabilitazione tecnica in attività appartenenti alla quotidianità, che siano esse ludiche-ricreative o sportive. Portare a spasso e prendersi cura di un cane e salire in sella ad un cavallo, sono solo alcuni delle attività tramite le quali un equipe multidisciplinare può mettere in atto percorsi riabilitativi ed educativi, nei quali il disabile possa vedersi come protagonista dell’attività, invece che paziente bisognoso di cure [Papini, 2009]..

La riabilitazione è in questo senso un intervento supportato da tecniche sanitarie e sociali, che unisce un approccio fisioterapico, a carattere direttivo, ad uno psicologico, a carattere recettivo e di decodificazione delle problematiche insieme al paziente [Ibidem].

Riabilitazione Equestre.

La Riabilitazione Equestre (RE – Therapeutic Riding) è un tipo particolare di IAA che utilizza come mezzo terapeutico il cavallo. Malgrado la complessità nella messa in atto, la RE rappresenta una delle possibilità più concrete, complete ed efficaci per l’acquisizione di risultati positivi in un percorso terapeutico assistito dagli animali [Allori, 2009]. La Riabilitazione Equestre si divide in: Ippoterapia, Equitazione Sportiva per Disabili e Rieducazione Equestre. Le prime due tipologie di RE danno vita rispettivamente ad un percorso Riabilitativo Tecnico e ad un percorso Riabilitativo Sociale, mentre la messa in atto della Rieducazione Equestre prevede la partecipazione attiva del soggetto alla guida del cavallo, l’acquisizione delle tecniche di equitazione e il conseguimento degli obiettivi propri dell’area socio sanitaria (riabilitativi neuromotori, psicologici, comportamentali, educativi, sociali, ecc.).[Pasquinelli, 2009].

Le specificità che rendono la Riabilitazione Equestre una delle più valide proposte per intraprendere un percorso di Riabilitazione Integrata, riguardano in modo particolare il setting terapeutico, costituito dall’ambiente, dalle regole organizzative e da quelle relazionali [Dalle Molle, Velo, 2015]. Il disabile ha l’occasione di entrare in contatto con la natura, in un contesto in qualche modo selvaggio, e di stare a stretto contatto con il cavallo, elementi che, citando Papini, “mettono in contatto parti profonde, ambivalenti, inespresse dell’essere umano e delle sue risorse adattive con una realtà naturale, a sua volta reattiva, complessa e viva”. Un’altra grande spinta alla riabilitazione è data dal clima stesso del maneggio, dalle sue regole e riti (validi per tutti, disabili e non), dal patrimonio di conoscenze degli Sport Equestri e dalle conoscenze tecniche e pratiche di operatori e cavalli. Nella RE, utilizzando animali da branco e lavorando spesso con un gruppo di persone, si favorisce enormemente la socializzazione e si innescano “processi psicologici profondi” in grado di prevalicare sulla solitudine che spesso affligge l’handicappato [Papini, 2009].

La Riabilitazione Equestre permette al disabile, che impara a cavalcare, di muoversi con agilità nello spazio e di vedere la sua immagine cambiare, di concepirsi in maniera nuova, di considerarsi in modo migliore [Allori, 2009].

Il disabile, soprattutto in età evolutiva, scopre in se stesso capacità inespresse e prende coscienza di una nuova autonomia. In età adulta, invece, i soggetti, che spesso si ritrovano in situazioni di stallo, prendendo parte, giorno dopo giorno, ad attività routinarie, possono trovare nella RE un mondo nuovo, pieno di stimoli, che gli permette di acquisire nuove abilità [Allori et al., 2006].

La riabilitazione, intesa in questo senso, “non ottiene prodotti […], ma innesca processi, fino alla ridefinizione del ruolo all’interno delle aspettative proprie ed altrui.”[Allori, Papini, 2009].

Disregolazione Emotiva e Disabilità Psichica.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la Salute Mentale come uno stato di benessere emotivo, psicologico e sociale tramite il quale l’individuo riesce ad affrontare conflitti esterni ed interni, può instaurare relazioni positive e mantiene un ruolo attivo nella società [De Plato, Venturi, 2014].

I più recenti studi condotti in materia, conferiscono un ruolo centrale alle emozioni nello sviluppo della malattia mentale [De Plato, 2014]. Sono le emozioni a fare da “padrone nell’ordinare la qualità della nostra esistenza” ed è per questo che la disregolazione emotiva impedisce agli individui di sviluppare buone capacità di risposta a situazioni di cambiamento, traumatiche o pericolose [De Plato, 2014].

L’OMS, negli anni, ha messo in atto vari progetti volti alla tutela della salute, soprattutto in età evolutiva, quando l’individuo è più vulnerabile agli ambienti malsani. Uno dei più importanti è il progetto “Life Skills” del 1994, che ha come obiettivo la prevenzione dai disturbi della sfera emotiva e l’acquisizione “di competenze emozionali e relazionali necessarie per gestire efficacemente le proprie relazioni interpersonali” [De Plato, 2014]. Con Life Skills intendiamo tutte le abilità che permettono la socializzazione dell’individuo nella società e le capacità che gli permettono di affrontare i problemi della vita. Secondo l’OMS, le Life Skills, si articolano in: Decision Making, Problem Solving, Pensiero creativo, Pensiero critico, Comunicazione efficace, Capacità di relazioni interpersonali, Autoconsapevolezza, Empatia, Gestione delle emozioni, Gestione dello stress.

Unito a questo, negli ultimi anni sembra sempre più accreditata l’ipotesi che i disturbi mentali, di natura multifattoriale, siano dovuti all’incapacità di riconoscere le proprie emozioni, nel mancato controllo dei propri stati emozionali e nella separazione tra emotività e funzioni cognitive ed è su questo che si stanno concentrando i più attuali progetti di ricerca [De Plato, 2014].

Le ricerche sugli effetti degli IAA su pazienti con disturbi psichiatrici, come vedremo, non sono ancora andate in questa direzione, ma restituiscono comunque dati interessanti sugli effetti che questo tipo di interventi hanno sulla riduzione della depressione, degli stati d’ansia, sull’aumento del senso di efficacia, autostima e forza d’autorealizzazione, fino ad arrivare alla ridefinizione del ruolo sociale.

Conclusioni

In queste prospettive si esprime, a mio parere, il concetto di ridefinizione del “ruolo”, all’interno delle aspettative del paziente e di quelle altrui, mediato dagli Interventi Assistiti con gli animali.

Questo tipo di esperienze rimandano, inoltre, a ciò che viene definito con il termine di Empowerment, per cui l’esperto assume il compito di facilitatore del cambiamento della persona, orientando risorse che essa già possiede e agendo sulla forza d’autorealizzazione, le quali gli permettono di prendere il controllo di se e della propria salute [De Plato, 2014].

L’individuo, partecipe in prima persona nella riabilitazione, continua il percorso ri-elaborando l’esperienza e attivando così basi motivazionali, emozionali, cognitive e comportamentali [De Plato, 2014].


Libri Consigliati:


Bibliografia:
  • De Plato Giovanni. Manuale di psicologia e psicopatologia delle emozioni. Bononia University Press. 2014.
  • Pasquinelli Anna; Papini Massimo; Allori Paola. Manuale di riabilitazione equestre. Principi, metodologia, organizzazione. Sorbello. 2009.

 

  • Cirulli F. Francia N. Alleva E. (a cura di). Terapie e attività assistite con gli animali in Italia. Attualità, prospettive e proposta di linee guida. Istituto Superiore di Sanità. 2010; 58 p. Rapporti ISTISAN 10/4
  • Berry A, Borgi M, Francia N, Alleva E, Cirulli F. Use of assistance and therapy dogs for children with autism spectrum disorders: a critical review of the current evidence. Journal of alternative and complementary medicine. 2013 vol:19 iss:2 pg:73 -80
  • Bizub AL, Joy A, Davidson L. “It’s like being in another world”: demonstrating the benefits of therapeutic horseback riding for individuals with psychiatric disability. Psychiatric rehabilitation journal. 2003. vol:26 iss:4 pg:377 -84
  • Berget B, Ekeberg Ø, Braastad BO. Animal-assisted therapy with farm animals for persons with psychiatric disorders: effects on self-efficacy, coping ability and quality of life, a randomized controlled trial. Clinical practice and epidemiology in mental health. 2008. vol:4 pg:9

Autore dell'articolo: Matteo Stievano

Dottore in Psicologia, laureato all’Alma Mater di Bologna.