Intervista a Marco Inghilleri (InterattivaMente, Padova)

Intervista a cura di Alessandro Lombardo, per il suo blog: alessandrolombardo.org

Per l’articolo originale completo visitate il blog di Alessandro.


IN BREVE: Un pezzo che fa riflettere su come lo psicologo, o psicoterapeuta, dovrebbe probabilmente porsi verso se stesso e i propri costrutti, idee e conoscenze, nel fare terapia. Considerare la realtà come non-oggettiva, ma condizionata da valori culturali e personali, può essere una ricchezza nel confrontarsi con una persona che richiede supporto – nel senso opposto, arroccarsi dietro mura fatte di conoscenze, teorie o interpretazioni del mondo considerate oggettive e a-valutative, può allontanare dalla realtà e dalla soluzione dei problemi.

In modo Pirandelliano, Inghilleri mi sembra proporre la necessità, come psicologi, di guardarci da fuori, “uscire” da noi e dalla società, per prendere coscienza di come spesso i comportamenti sono guidati dalla semplice omologazione, che essa ci richiede per la sua validazione; mentre il fine delle scienze psicologiche dovrebbe essere quello di fornire una guida alla scoperta personale di se stessi, di ciò che siamo, vogliamo essere e che ci rende felici.


CHI È Marco Inghilleri:

psicologo-padova-inghilleri-marcoPsicologo, psicoterapeuta sessuologo . Laureato presso la Facoltà
di Psicologia dell’Università degli Studi di Padova e iscritto all’Ordine degli Psicologi del Veneto con il n. 3973.

Attualmente direttore di InterattivaMente: Centro di Psicologia giuridica – Sessuologia clinica – Psicoterapia di Padova.


LO PSICOLOGO DI DOMANI: DIALOGO CON MARCO INGHILLERI

 

Marco, dal tuo osservatorio, come immagini lo psicologo di domani?

Sostanzialmente, Alessandro, credo che poco cambierà nel futuro e che la psicologia, scienza senza oggetto, continuerà, come indicato dalla sua storia, a ricoprire un ruolo essenzialmente normativo, cioè valoriale. E’ noto come, in qualsiasi settore della scienza, ad un insieme di dati sia sempre possibile sovrapporre più di una costruzione teorica. Poiché in psicologia nessuna spiegazione risolve mai tutti i problemi relativi ad un dato argomento, è spontaneo porre l’interrogativo circa quali tipi di problemi siano più importanti da risolvere e quale funzione possano poi svolgere le spiegazioni prescelte. La questione dei valori viene così ad essere scoperta a monte di qualsiasi discorso scientifico.

Nonostante ciò, le formulazioni teoriche che riguardano i “settori” caldi della psicologia, cioè educativi, terapeutici, sociali, ecc.. che ruotano intorno al problema della personalità, continuano a rimanere arroccate al mito della conoscenza oggettiva e a-valutativa. In effetti non si riflette abbastanza sul fatto che i valori rappresentano una parte costitutiva di tutte le conoscenze intorno all’uomo, negarne l’evidenza significa sottoscrivere, attraverso l’ideologia fatta scienza, i valori dominanti; cosicché ogni dichiarazione di neutralità diventa un’affermazione di consenso ad una data visione del mondo, ritenuta eterna e immodificabile.[…]

Nasce quindi la domanda se sia auspicabile e possibile che gli psicologi considerino come relativi i propri valori. La risposta è sì.

Infatti, per quanto scientificamente validi (attendibili e verificabili) possano dimostrarsi i risultati di una ricerca o di una costruzione teorica, tale validità oggettiva non si ripercuote sui valori che muovono gli intenti conoscitivi e soprattutto gli interventi, cioè sull’impiego del sapere psicologico. Il ricercatore, il clinico, possono preferire determinati valori [“dati”, “teorie”] perché appaiono migliori, non perché sono più certi [di altri]. Da cui consegue che l’oggettività metodologica viene ad essere utilizzata, quand’anche non fosse già un valore, entro le opzioni dello scienziato o del tecnico e quindi della loro società e non viceversa.

Ogni atto teorico e pratico è condizionato, non solo dalla scelta dei problemi, ma anche dalle categorie concettuali e linguistiche con le quali risolverlo. Un metodo empirico-analitico produce soltanto sapere valorizzabile tecnicamente in un quadro precostituito.

[IN ALTRE PAROLE, ad esempio in una situazione clinica, il terapeuta si prefigge un determinato “scopo”, e di conseguenza specifici “mezzi per raggiungerlo”, NON perchè sia giusto così a prescindere, ma perchè egli pensa, secondo i suoi valori, che sia giusto così].

[…] Ora è certo che nel campo degli studi sulla personalità, quanto più gli psicologi diventano abili nel classificare i tratti, gli atteggiamenti, le motivazioni, le azioni ecc.., congelandoli entro espressioni presunte obiettive, tanto meno SVILUPPANO LA LORO COSCIENZA CRITICA verso la natura e la funzione di un dato sapere e quindi intorno ad una effettiva consapevolezza dei bisogni degli uomini; da cui la loro inserzione nel mondo non come agenti dell’emancipazione, ma come scienziati burocrati, che convalidano un certo modo sociale ed istituzionale di definire e concepire l’individuo, prestabilendo quindi, secondo una ideologia dello status-quo, il suo modo di essere nel mondo.

Cioè impedendo di leggere e capire le azioni, le motivazioni, le idee, i sentimenti dell’uomo in relazione ad una interazione sociale storicamente e politicamente agente sulla personalità, negando quindi la possibilità di riconoscere nella dinamica psichica e comportamentale dell’individuo l’influenza del dato organizzativo della società, ma spiegandola secondo leggi “naturali” di funzionamento.

La consapevolezza critica che qualsiasi riflessione scientifica centrata sull’uomo, in effetti, trascina dei valori amalgamandoli come fatti con l’atto conoscitivo, deve essere particolarmente presente nello scienziato sociale. Soltanto una tale consapevolezza è garanzia per una psicologia che non voglia rimanere prigioniera della razionalità dei propri strumenti.

[…] Per esempio, gli psicologi che operano in istituzioni come la scuola sono chiamati ad intervenire ad un crocevia di situazioni in cui i problemi dei singoli ragazzi finiscono per rivelarsi prigionieri di quelli di natura ideologica, economica, culturale ecc.., all’interno di una particolare struttura, che è quella scolastica. Tali operatori si trovano quindi coinvolti nella gestione di spazi che non riconoscono ed alla cui trattazione possono sentirsi estranei. Ma la constatazione è di essere dei tecnici il cui profilo professionale è funzionale alle richieste dell’istituzione e di esercitare per essa un ruolo di legittimazione attestante la normalità delle sue richieste, rispetto ai comportamenti non conformi. Tale constatazione è un momento di crisi. Presa di coscienza che porta lo psicologo a scoprire che il giudizio emesso sulla personalità del ragazzo, non solo viene richiesto all’interno di una cornice normativa prestabilita, ma obbliga l’operatore a condividere la bontà di tale richiesta partecipando, per il solo fatto di esistere come ruolo, ad obiettivare la realtà del ragazzo diverso, secondo una prassi che corrisponde a esigenze stigmatizzanti collegate con il venir meno di un adattamento scolastico. Cioè di una norma istituzionale per eccellenza.

La prassi dello psicologo nei suoi rapporti con gli uomini è sempre sostenuta, non solo da una o più teorie sulla personalità, ma anche dal suo ruolo e dalle attese pubbliche connesse con tale ruolo. Lo psicologo criticamente orientato deve quindi essere consapevole che la persona che gli sta davanti non può testimoniargli se stessa e la sua realtà, se non per quella parte consentitagli dallo schema teorico impiegato e dalla reciproca collocazione istituzionale o di ruolo.

[…] Da cui un atteggiamento costantemente critico e diffidente verso le operazioni di “ingegneria sociale” che vogliono tradursi in progetti pedagogici di massa. Orientamento a favore di una conoscenza dell’uomo che abbia una funzione innovativa e non di controllo;

[…] Ciò tenuto conto che quanto più un soggetto sociale è interessato a generare profonde trasformazioni nel tessuto della società, tanto più necessaria diventa l’assunzione di un punto di vista critico e fondamento dell’analisi che esso esprime, mentre, al contrario, quanto più un soggetto sociale è interessato a non modificare la realtà, tanto più la sua analisi sarà “neutrale”, o al limite “apologetica”.

– Cosa sta cambiando nel modo di svolgere la professione?

La preparazione sempre è più scadente.  L’Università ha poco chiaro il fatto che le competenze necessarie allo psicologo non sono più quelle che si sono coagulate in società più stabili e meno “liquide”, per dirla alla Zygmunt Bauman. Abbiamo infatti bisogno, oggi, di conoscenze che siano soprattutto antropologiche, sociali,  storiche, ermeneutiche e semeiotiche. Vorrei citare un pensiero molto suggestivo della Prof.ssa Maria Armezzani dell’Università di Padova: “Invece che solidificare le proprie conoscenze teoriche e tecniche, il clinico dovrebbe esercitarsi a continue dislocazioni prospettiche. E può farlo solo se è consapevole, autoriflessivamente, del proprio sistema di costruzioni personali e professionali, solo se può vedere la sua posizione di osservatore mentre accosta la multiformità delle teorie e delle esperienze. Non si tratta, quindi, solo di avere quella generica capacità di ascolto richiesta oramai da tutti i modelli clinici, ma di sviluppare una specifica abilità professionale che consiste, più che nell’uso di ciò che si sa, nell’uso di ciò che si è. In questo senso, si può dire che la formazione è una “messa in forma” professionale di un atteggiamento conoscitivo e relazionale che richiede una continua trasformazione personale. Non si può aiutare l’altro a riconoscere il proprio “stile” se non si possiede, in prima persona, uno stile di cui si è consapevoli. Non si può aiutare l’altro a pensare le possibilità se non si è, in prima persona, pensatori del possibile”.

– Quali bisogni vedi nelle persone che incontri come psicologo, e come sono cambiati in questi anni?

Beh, è una domanda assai ampia. Semplificando al massimo posso tranquillamente sostenere che le problematiche che incontro nel mio lavoro di psicoterapeuta si sono modificate in coerenza ad una aumentata complessità delle nostre società divenute sempre più multiculturali e multietniche e dalla perdita di riferimenti delle medesime.

– Ognuno ha dei punti di riferimento. Quali sono i tuoi a livello professionale?

A me non piace nessun modello psicoterapeutico che sia direttivo, ossia che abbia nelle sue regole di “setting” un modo di costruire la relazione con la persona gerarchico, autoritario e di potere (fosse anche quello del sapere). Per molto tempo, ho ritenuto che il termine psicoterapia fosse un ossimoro professionale, in quanto “cura” della psiche, che in sostanza è una costruzione sociale e personale di ciò che riteniamo essere la Mente. Attualmente, non ritengo più la pratica della psicoterapia una delle tante antinomie presenti nelle scienze psicologiche, al contrario ritengo che l’unico senso che possa in un certo qual modo avere la psicoterapia, riguardi l’intervento sui processi di alienazione che caratterizzano il nostro tempo, le nostre società e la nostra cultura, interiorizzati in modo assolutamente personale da ciascun individuo (nessuno escluso).

La psicoterapia altro scopo non può avere se non quello di restituire alla persona l’esclusiva proprietà di se stessa.

Citando Max Stirner: “Solo quando sono sicuro di me e non vado più in cerca di me stesso, sono veramente mia proprietà: io ho me stesso, per questo faccio uso e godo di me. Io non posso mai rallegrarmi di me, invece, finché penso che devo ancora trovare il mio vero io e che chi vive in me non sono io, ma è […] cioè qualche fantasma. (da L’unico e la sua proprietà)”

– Mi dici un libro che si dovrebbe assolutamente leggere?

Vorrei proporre una riflessione su un tema che parte dal titolo di un bellissimo libro di Sheldon Kopp, uno psicoterapeuta americano, scomparso nel 1999, che ci ha lasciato in eredità questo testo che trovo ancor oggi, quando lo riprendo in mano, pieno di stimoli attualissimi: “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo”; ci fa entrare in quello strano paradosso per cui da un lato cerchiamo in un’autorità esterna (lo psicoterapeuta, il guru, il filosofo, ecc.) la via d’uscita ai nostri disagi esistenziali e alla nostra ricerca di senso nella vita; dall’altro prima o poi siamo costretti a prendere atto che quella via d’uscita non la conosce nessuno al di fuori di noi.

Allora, dirà qualcuno, è inutile cercare consiglio o affidarsi all’aiuto di questi personaggi, più o meno carismatici, che sembrano star lì apposta per indicarci la via?
È un po’ come per il cammino dell’individuo dall’infanzia alla maturità: […] nessuno penserà mai che si possa diventare indipendenti senza essere stati “dipendenti” da qualcuno che ci ha aiutato a crescere. Ritengo che ciò che conta sia l’atteggiamento di fondo che ci deve guidare: non saranno, cioè, i nostri guru o psicoterapeuti o filosofi (cosi come non lo sono stati i nostri genitori) a darci la libertà o a svelarci il segreto della felicità. Come i genitori [sufficientemente buoni], essi ci possono aiutare a ri-scoprire dentro di noi gli strumenti che ci potranno permettere di trovare da soli la nostra strada.

Ma questo è solo ciò che pensa il sottoscritto. Mi sembra comunque un tema attualissimo, visti i tempi che viviamo, in cui dilaga ogni genere di populismo, facendoci pensare a quanto sia profondo e diffuso, tra la gente, il bisogno di credere in qualcuno cui affidare (anche troppo ciecamente…) il proprio destino e persino la responsabilità di pensare con la propria testa e decidere per la propria vita. Qualcuno che indichi la via e proponga la ricetta della felicità, magari attraverso promesse a buon mercato come l’abolizione di qualche tassa, o attraverso la negazione della stessa realtà, quando questa diventa scomoda da spiegare a causa dei problemi e delle difficoltà dell’esistenza, e smentisce proprio quelle stesse promesse di felicità senza le quali sembra difficile dare un senso al vivere…

Stephen J. Gould, biologo e storico della scienza, ha scritto: “La Vita non ha Senso. A noi il compito di dargliene uno”. Mi sembra che questa affermazione riassuma molto bene buona parte del pensiero di Kopp.


Riferimenti:

  • Per il testo integrale visitate il link: http://www.alessandrolombardo.org/dialoghi/dialoghi-lo-psicologo-domani-dialogo-marco-inghilleri/
  • http://www.interattivamente.org/
  • http://www.interattivamente.org/psicologi-padova/psicologo-sessuologo-padova-dr-marco-inghilleri.html

Autore dell'articolo: Matteo Stievano

Dottore in Psicologia, laureato all'Alma Mater di Bologna.