Il Disturbo Bipolare e la Terapia Familiare

Un contributo, editato e leggermente rivisto, della Dott.ssa Chiara De Giorgi, per glipsicologi.info.


IN BREVE: Un articolo interessante perchè tratta un aspetto molto importante della cura di pazienti affetti da umore bipolare (che oscilla tra periodi di estrema euforia e periodi caratterizzati da umore depresso), ovvero il prendersi cura della famiglia di chi ne è affetto. Il disturbo, ad oggi, è molto difficile da trattare e normalmente si opta per “tenere a bada” i sintomi, per questo in famiglia è necessaria una grande comprensione e collaborazione.


Il Disturbo Bipolare e la Terapia Familiare

Il Disturbo Bipolare è un disturbo della psiche che si riflette su due componenti dell’individuo: l’umore e il comportamento.[…] Interessa l’area umorale e ne influenza la produttività dell’individuo, la sua creatività e le relazioni interpersonali. Le manifestazioni possono essere multiformi, con alta recidiva e alto rischio di suicidio.

L’umore dell’individuo affetto da bipolarismo oscilla tra episodi maniacali o ipomanicali, che possono perdurare da una a due settimane, ed episodi depressivi che invece possono variare nella durata da giorni a mesi. Si caratterizza come un disturbo cronico, che perdura tutta la vita e che necessita quindi di costanti cure per chi ne soffre.

La Terapia per il Disturbo Bipolare

La terapia del Disturbo Bipolare è primariamente farmacologica: si utilizzano antidepressivi, ma soprattutto il Litio, stabilizzatore dell’umore, che mirano a ridurre la frequenza e la gravità degli episodi maniacali e depressivi nonchè una recidiva futura.

Anche se i sali di litio costituiscono un trattamento efficace per molti soggetti con disturbi bipolari, la differenza tra l’efficacia e la tossicità del litio è minima: questo rende difficile il suo utilizzo (soprattutto se si pensa che questi pazienti sono a rischio di suicidio), oltretutto, richiede un utilizzo costante nel tempo.

È evidente come in supporto della terapia farmacologica sia necessaria una Terapia psicologica, bisogno che nasce in primis dall’evidente difficoltà collaborativa del paziente. La scarsa compliance, unita ad un inadeguato supporto sociale portano gli individui ad abbandonare frequentemente la terapia farmacologica. Diversi studi stimano che una percentuale tra il 30 e il 54% di persone con DB abbandona il trattamento (Newman et al. 2005), e la causa che maggiormente vi si riporta sono gli stressor sociali che incidono negativamente sull’attivazione dell’umore, provocando episodi ricorsivi di depressione o mania.

La terapia psicologica aiuterebbe a non negare quella farmacologica e a non negare la gravità del disturbo, mantenendo maggior costanza e motivazione e riducendone così le ricadute. Inoltre, la terapia psicologica agirebbe anche sul funzionamento psico-sociale dell’individuo migliorandolo qualitativamente.

La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) è forse la più conosciuta ed utilizzata in questo ambito e si occupa soprattutto di educare i soggetti bipolari ad utilizzare strategie per tenere sotto controllo i sintomi cognitivi e comportamentali, a mantenere la compliance terapeutica e a riconoscere e monitorare l’esordio dei sintomi.

Terapia centrata sulla famiglia (TCF)

Oggi, sempre di più, viene data importanza anche ad un altro tipo di terapia. Partendo dall’assunto innegabile che il Disturbo Bipolare, come qualsiasi altro disturbo psichiatrico, è un forte motivo di stress sia per il paziente che per i familiari, la Terapia centrata sulla famiglia è una trattamento che riprende quello familiare della schizofrenia di Falloon. Goldstein e Miklowitz pensarono di adattare questo approccio ai problemi familiari del DB per modificarne i fattori di rischio i quali possono predire un andamento sfavorevole della malattia.

Questo intervento di psico-educazione cerca di ristabilire nel nucleo degli affetti un certo equilibrio interrotto o andato perduto per via delle difficoltà apportate dal Disturbo Bipolare.

La famiglia quindi viene posta al centro dell’attenzione cercando di individuare quei fattori che renderebbero tale ambiente disfunzionale. L’obiettivo della TCF è intervenire su questi fattori e ridurre il rischio della malattia. Tra quelli salienti spicca il livello di emotività espressa, ovvero una serie di atteggiamenti familiari (tendenza alle critiche, ostilità, ipercoinvolgimento emotivo ect.) che se presenti ad alti livelli possono concorrere allo sviluppo del disturbo o ad una sua maggiore recidiva. È stato difatti dimostrato che il ritorno di un paziente, dopo un periodo di ricovero, presso la sua famiglia caratterizzata da alti livelli di emotività espressa aumenta notevolmente per lui la possibilità di sviluppare un nuovo episodio e di aver necessità di un nuovo ricovero (Kavanagh, 1992; Butzlaff & Hooley 1998; Goldstein et al., 2002).

Un altro fattore saliente farebbe riferimento alle interazioni fra i membri, ovvero nello stile affettivo (la qualità affettiva della comunicazione verbale della famiglia verso il paziente) e nello stile di stile di coping (la qualità emotiva della comunicazione verbale del paziente verso i membri della sua famiglia) (Miklowitz et al., 1988).

L’obiettivo fondamentale della TCF è aiutare il paziente ad accettare il trattamento farmacologico migliorandone la compliance e aiutare lui e i suoi familiari a integrare le esperienze associate agli episodi del disturbo facendo comprendere la vulnerabilità del paziente alla recidiva, al fatto che il disturbo non si esaurisca nel singolo episodio ma che vada cronicizzandosi. La TCF aiuterebbe il nucleo a far fronte agli eventi stressanti e a ristabilire delle relazioni funzionali attraverso l’insegnamento di strategie che favoriscano una comunicazione sincera e un ascolto attivo.

La TCF è caratterizzata da 4 fasi principali, per un totale di 21 sedute nell’arco di nove mesi:

  • Fase di informazione (modulo psico-educativo);
  • Fase di training per migliorare le strategie comunicative;
  • Fase di training per potenziare le abilità di problem solving;
  • Fase di intervento sulla crisi.

E’ un tipo di intervento psicologico che può essere applicato ai pazienti ricoverati nelle strutture e a quelli che restano in casa ma che necessitano comunque di cure specifiche. Gli incontri possono avvenire in questi due ambienti e l’invio solitamente succede ad un episodio acuto del Disturbo.

Quest’approccio ha dimostrato di poter allungare gli intervalli di normalità prima delle ricadute nei malati adulti, più di quanto non facciano la farmacoterapia o interventi psicoeducativi individuali brevi o di pari intensità.

La TCF non prevede nè limiti di età ne limiti strutturali inerenti al nucleo familiare.

Il terapeuta all’interno della relazione avrebbe un ruolo di guida, accompagnando il paziente e i familiari per tutto il percorso che prevede il trattamento.

Infine, considerando che nessun intervento psicologico è condotto separatamente da uno farmacologico, in quanto indispensabile, si presuppone che terapeuta e medico siano costantemente in comunicazione e che il lavoro svolto da entrambi sia un lavoro di sinergia.


Bibliografia

  • Basco MR (2006). The bipolar workbook – Tools for Controlling Your Mood Swing. The
  • Falloon IRH, Boyd JL, McGill CW (1984). Family Care of Schizofrenia. Guilford, New York.Guilford Press, New York.
  • Giovanni Fioriti Editorie “Il Disturbo Bipolare”
  • Osmano Oasi, Sara Sainaghi-Dip. di Psicologia, Università Cattolica di Milano, Italia-Psichitria di Comunità Vol VII – N°2-Giugno2008 pp 98-104

 


Riferimenti:

  • http://www.glipsicologi.info/wordpress/bipolare.html (ARTICOLO ORIGINALE)

Autore dell'articolo: Matteo Stievano

Dottore in Psicologia, laureato all’Alma Mater di Bologna.