Il pianto del bambino: Per i genitori è piacevole

IN BREVE: L’articolo ha l’obiettivo di evidenziare in modo generale cosa avviene nel cervello del genitore, a livello neurochimico, quando il bambino piange.

Tipicamente, si innesca una catena di eventi ormonali per cui il caregiver è portato ad avvicinarsi al bambino e a prendersene cura; può capitare, però, che traumi dell’infanzia vengano rievocati dal pianto e blocchino le capacità di cura del genitore.

Il processo di accudimento è complesso e coinvolge tutto il sistema cerebrale, dalle aree più “profonde” a quelle superiori.


Il pianto del bambino. Per i genitori è piacevole..

è piacevole farlo smettere!

Okay, il titolo è un po’ ingannevole, ma in sostanza è così: placare il pianto del bambino inebria i genitori di un piacevole senso di gratificazione.

E’ un meccanismo evolutivo, che permette ai nostri cuccioli di sopravvivere. Lo spiegano bene Piallini, De Palo e Simonelli, in una review di letteratura del 2015, sul “Cervello genitoriale”: Il pianto è la strategia primaria che i neonati utilizzano per elicitare le cure parentali e tipicamente il cervello dell’adulto è “programmato” per calmarlo.

Questione di ormoni

Sarah, madre di Vincent (12 mesi), guarda un video del figlio mentre il suo cervello viene monitorato; sta guardando due differenti scene: una ritrae Vincent mentre ride gioiosamente vedendo la madre che soffia bolle di sapone, la seconda ritrae Vincent che piange perché la madre ha lasciato la stanza. La prima scena attiva l’emisfero sinistro di Sarah (quello che gli scienziati ritengono sia connesso al sistema di ricompensa), e nonostante dal video non possa essere visto in quel momento alcune sostanze chimiche tra cui ossitocina e dopamina si stanno riversando nel cervello della donna. Al contrario la scena che ritrae Vincent mentre piange sollecita l’attivazione della parte destra del cervello della madre (parte del cervello che risponde empaticamente al problema/tristezza di una persona a noi cara). Ora nel sangue della donna scorre adrenalina, che rende vigile il soggetto al fine di comprendere quale sia il problema della persona dinanzi a lei.

Siamo in presenza di un cervello che funziona correttamente.

Il bambino comunica un suo bisogno attraverso il pianto e nel cervello della madre iniziano eventi a cascata, che portano all’attivazione di diverse aree cerebrali e al rilascio di vari tipi di ormoni: prima di tutto gli ormoni “dello stress”, come l’adrenalina e il cortisolo, comportano un’attivazione sensoriale generale, per cui la madre tipicamente presta particolare attenzione al bambino. L’attivazione è simile a quando siamo o crediamo di essere in pericolo, tale per cui valutiamo la situazione velocemente e decidiamo cosa è meglio fare.

Tipicamente la madre è portata all’utilizzo di quello che viene chiamato “Sistema parentale di approccio”, promosso dal rilascio di un’ampia varietà di ormoni, di cui il più importante è l’ossitocina, che agisce sull’Amigdala. Questa area del cervello possiamo dire che si occupa di “emozioni”, in questo contesto ha il compito di valutare la situazione e decidere se è pericolosa (e se necessita l’utilizzo di difese) o non lo è; agendo sul Tronco dell’encefalo per bloccare le difese, promuove l’avvicinamento della madre al bambino, che può capire il motivo del suo pianto e prendersene cura.

Tutto ciò è condizionato dall’attivazione dell’Ippocampo, che lavorando insieme all’Amigdala, crea ed utilizza una “memoria emozionale” per interpretare le informazioni in entrata sulla base del contesto, collegato a ciò che è stato appresso da esperienze passate.

Agendo sull’area tegmentale ventrale, una regione del tronco, l’ossitocina promuove il rilascio del neurotrasmettitore Dopamina. L’interazione con i neonati attiva il “Sistema parentale di Gratificazione” presente nel cervello, tale sistema è fortemente legato al rilascio di dopamina rilasciata quando qualcosa di gradevole accade nella nostra vita. A ricevere la dopamina sono molte aree, ma la più importante in questo caso è il Nucleus accumbens: questa regione ha un ruolo essenziale nel mediare la gioia genitoriale e, quando è attiva, ci sentiamo altamente motivati ad approcciare cose che ci hanno gratificati in passato. È una regione coinvolta in tutti i tipi di piaceri, desideri e dipendenze.

Questo è un processo estremamente importante, che aiuta a garantire un accudimento stabile e motivato nei confronti dei nostri figli. Quando i due sistemi (approccio e gratificazione) sono attivati, il cervello dei genitori costruisce ricordi basati sulle emozioni, che motivano il genitore a continuare il parenting. La regione inferiore della corteccia prefrontale, la regione orbitale, riveste un ruolo chiave nel processare queste esperienze gratificanti e nel creare ricordi parentali positivi.  La corteccia cingolata anteriore aiuta a scendere a patti con le emozioni conflittuali che potrebbero sorgere durante le interazioni con il bambino, attivando il sistema parentale di risoluzione dei conflitti.

Traumi subiti durante lo sviluppo potrebbero danneggiare i sistemi parentali

Le esperienze che facciamo durante lo sviluppo condizionano la nostra vita futura e il modo in cui interagiamo con i nostri figli.

In caso di traumi, infatti, le aree cerebrali potrebbero svilupparsi in direzioni atipiche e reagire a stimoli o situazioni cariche di informazioni emotive in modi inusuali e disadattivi.

Vediamo l’esempio di Rebecca, madre di Erik.

Rebecca ha speso i primi due anni della sua vita nella cura dei suoi genitori. Già dal suo primo anno di vita, Rebecca aveva imparato a sopprimere le terribili sensazioni che sono state innescate dai volti e dalle voci arrabbiate dei suoi genitori. Ha imparato a dissociarsi senza nemmeno sapere che lo stava facendo.

Rebecca a 17 anni incontra Billy, presto hanno un figlio e i cambiamenti ormonali della gravidanza hanno suscitato sentimenti di amore e di calore in lei che erano stati fino a quel momento repressi. Quando Eric è nacque, però, Billy era già fuori dalla vita della ragazza.

Alla nascita Rebecca sentiva un profondo amore per Billy e una calma che non aveva sperimentato prima. Ma presto, quando il bambino gridava e agitava braccia e gambe resistendo ai suoi sforzi per consolarlo, cominciò a sentirsi arrabbiata e stressata. Cominciò a chiudersi con il mondo, come nei primi anni di vita, e paralizzando i suoi sentimenti gradualmente il bambino smise di cercare le sue attenzioni.

Purtroppo, nonostante tutte le buone premesse iniziali, le capacità genitoriali della ragazza sembrano scomparire.

Rebecca aveva sviluppato una “cura bloccata”: non era mai stata ascoltata da parte dei propri genitori, che si erano da sempre approcciati a lei urlando arrabbiati – il pianto del bambino rievoca quei ricordi emotivi e la madre attiva le sue difese, blocca i suoi sentimenti, si dissocia, non riuscendo ad occuparsi del bambino. 

Quando un genitore ha vissuto livelli di stress ingestibili, molto presto nella vita, corre il grave rischio di aver Sistemi di cura e di auto-regolazione sottosviluppati.

 

Concludendo

Ovviamente, l’articolo si propone di dare solo uno sguardo generale su ciò che accade, a livello Neurofisiologico, nel cervello dei genitori quando ascoltano il pianto del loro bambino. Il tema è ampio e gli studi sono ancora in corso; per una lettura più approfondita rimando alla bibliografia a fine articolo.

Per concludere, è importante soprattutto notare come il parenting coinvolga il cervello nella sua interezza: aree “profonde”, ancestrali e istintive, come l’amigdala, collaborano con aree superiori quali il lobo frontale, per valutare e spingere l’individuo a “prendersi cura” del proprio figlio.

Queste ricerche pongono le basi biologiche per capire ciò che viene descritto da autori di stampo psicodinamico, sull’Attaccamento e sulla Trasmissione intergenerazionale.

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Bibliografia:

  • Parental brain, Piallini, De Palo, Simonelli 2015
  • Brain-Based Parenting: The Neuroscience of Caregiving for Healthy Attachment, Daniel A. Hughes, Baylin, J. Siegel, 2012

Autore dell'articolo: Matteo Stievano

Dottore in Psicologia, laureato all’Alma Mater di Bologna.