Il bambino che non amava sua madre (D. Stern)

Secondo Daniel Stern gli aspetti relazionali sono cruciali per il cambiamento psichico.

I bambini scoprono chi sono, comprese le varie e differenti qualità di pensieri, emozioni , percezioni, ricordi e intenzioni, che costituiscono il loro mondo interno, attraverso l’esperienza di come i loro genitori li vivono (se vuoi approfondire leggi “La sintonizzazione affettiva“).

Nel caso si presenti al terapeuta una problematica, il paziente sarà costituito, quindi, dalla relazione genitore-bambino, che deve essere inquadrata nel qui e ora (in modo specifico).


Vediamo di seguito un caso in cui Stern utilizza la videoregistrazione di una seduta per indagare le rappresentazioni e il passato materno, alla base del comportamento problematico del bambino.

La madre di un bambino di 18 mesi si lamentava del fatto che il bambino non le fosse attaccato e non l’amasse; poteva correre da qualsiasi altra signora si trovasse nel parco e sentirsi altrettanto al sicuro che con lei. Io stavo esplorando i ricordi e le rappresentazioni associate ai suoi comportamenti di interazione, nell’ambito di un progetto di ricerca.

A un certo punto della seduta (che veniva videoregistrata) il bambino era stufo di restare in disparte mentre la madre e il terapeuta parlavano tra di loro e decise che aveva bisogno di una maggiore attenzione da parte della madre. Trascinò una seggiolina tra la madre e il terapeuta, bloccando loro la visuale. Si arrampicò sulla seggiolina e tese le braccia verso la madre, indicando chiaramente che voleva essere preso in grembo. La madre non lo tirò su. Stese le braccia verso di lui, con i palmi delle mani verso il basso e si limitò a farlo scendere dalla seggiolina mettendolo di lato sul pavimento. Poi riprese a parlare al terapeuta, come se non ci fosse stata alcuna interruzione. Il bambino, ritrovandosi dove era partito, in disparte, fece un profondo respiro e chinò la testa. Si accartocciò su se stesso, come se lo avessero sgonfiato. Fissò il pavimento, immobile, per diversi secondi, e poi, gradualmente, riprese la sua attività in prossimità della coppia madre-terapeuta. Aveva avuto una sorta di microdepressione.

Fui colpito da questa sequenza di interazione, e diversi giorni dopo, durante le sedute di ricerca con la madre, rividi insieme a lei la registrazione di quell’episodio. Lei capì immediatamente che il figlio era rimasto deluso quando lo aveva messo da parte e aveva avuto una reazione depressiva. Allora presi questo segmento di comportamento manifesto e lo usai per ritornare direttamente alle sue rappresentazioni e ricordi con domande come: «Vedere quella registrazione ha evocato qualcosa del suo passato?», «Ha mai sperimentato qualcosa del genere?». Rispose con un ricordo. A 4 o 5 anni, dopo che suo padre aveva lasciato la famiglia, sua madre l’aveva mandata a vivere presso una zia (la sorella della madre). La zia viveva piuttosto lontano e la madre andava a passare con la figlia un fine settimana su due. La madre era considerata dalla figlia una donna volubile, inaffidabile, eccessivamente drammatica, una donna che voleva avere una propria vita. Piangeva e si lamentava di quanto la figlia le mancasse, mentre la bambina si chiedeva perché continuasse a vivere così lontano. La domenica, alla fine della visita, mentre la madre si preparava a lasciarla nuovamente per due settimane, andavano insieme alla stazione. Prima di separarsi, la madre la abbracciava e baciava, dicendole parole dolci tra le lacrime. La bambina restava rigida e si lasciava abbracciare, senza mostrare emozioni. Non poteva -non voleva- ricambiare l’abbraccio. Poi la madre si allontanava salutando con la mano e scompariva alla vista dietro l’angolo della Stazione. La bambina intanto se ne andava nella direzione opposta e svoltava l’angolo. Non appena i saluti erano finiti, abbassava la testa, lasciava uscire un lungo sospiro e fissava il marciapiede, immobile. La sua posizione e il suo stato d’animo si sgonfiavano. Aveva una microdepressione.

Dopo questo ricordo infantile, quella madre si rese conto che nell’episodio del video suo figlio doveva aver sperimentato qualcosa di simile.

Allora disse: «Si che mi vuole bene. È attaccato a me. Gli manco. È così chiaro».

Il lavoro di Daniel Stern si ispira molto a quello di Selma Fraiberg, per la quale l’obiettivo della terapia era quello di «ascoltare» la madre, così che lei potesse a sua volta ascoltare suo figlio.

Tramite l’utilizzo dell’intervista microanalitica, Stern incoraggia la madre a considerare il ruolo di genitore come un’operare tra due spazi soggettivi: L’interazione comportamentale (con il bambino) e la sua vita rappresentazionale. La madre si immedesima in ciò che il bambino può pensare e provare, collegandolo alle sue esperienze passate, così da andare ad interrompere ciò che si definisce “Trasmissione intergenerazionale della patologia”.

Spesso, infatti, anche se sono molti i genitori che si ritrovano a pensare “con mio figlio non farò gli stessi errori che i miei genitori hanno fatto con me”, in realtà un passato traumatico è come se si tramandasse da generazione a generazione: genitori che hanno subito traumi, lutti o abbandoni in modo inconsapevole li fanno rivivere ai loro bambini.

Concludendo

Possiamo riprendere in mano il caso riportato sopra: La madre, avendo vissuto un passato caratterizzato dall’abbandono, fa rivivere, in modo inconsapevole, la stessa situazione al suo bambino. Solo con l’aiuto del terapeuta riesce, da un lato a capire cosa prova realmente il suo bambino, quando lei si comporta con lui in determinati modi, dall’altro, in parallelo, riesce a far emergere il suo passato traumatico, rendendolo conscio e liberandosene per sempre.

I fantasmi che disturbavano la relazione se ne sono andati, la madre si sente amata e può amare a sua volta.


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Riferimenti:

  • Psicologia Clinica dell’Età Evolutiva, Renata Tambelli, Il Mulino, 2012

Autore dell'articolo: Matteo Stievano

Dottore in Psicologia, laureato all’Alma Mater di Bologna.