La madre rifiutante (D. Stern)

Secondo Daniel Stern gli aspetti relazionali sono cruciali per il cambiamento psichico.

I bambini scoprono chi sono, comprese le varie e differenti qualità di pensieri, emozioni , percezioni, ricordi e intenzioni, che costituiscono il loro mondo interno, attraverso l’esperienza di come i loro genitori li vivono (se vuoi approfondire leggi “La sintonizzazione affettiva“).

Nel caso si presenti al terapeuta una problematica, il paziente sarà costituito, quindi, dalla relazione genitore-bambino, che deve essere inquadrata nel qui e ora (in modo specifico).


Vediamo di seguito un caso in cui Stern utilizza la videoregistrazione di una seduta per indagare le rappresentazioni e il passato materno, alla base del comportamento del bambino.

La madre rifiutante

CASO CLINICO 6.1 – Tambelli — Stern [1995 – trad. it. 2007]

La madre di un bambino di 22 mesi era costantemente arrabbiata e rifiutante nei confronti del figlio. Pensava a lui come a un «mostro». Questa era probabilmente la causa decisiva degli accessi di ira del bambino e di altri comportamenti difficili.

La rappresentazione patogena materna era l’idea che essere madre fosse degradante e ostacolasse il «diventare una persona importante»; Suo figlio le era di ostacolo. Questa rappresentazione le proveniva da sua madre che disprezzava la maternità, la figlia e il genero. Finché non fosse stata in grado di vivere la sua identificazione con la madre e il risultato di queste rappresentazioni introiettate, non sarebbe mai riuscita a modificare il comportamento nei confronti del figlio. Soltanto quando le sue rappresentazioni rispetto al figlio e a se stessa come madre fossero cambiate, sarebbe riuscita a vedere il figlio in modo diversoe agire diversamente nei suoi confronti.

Il padre del bambino veniva descritto dalla moglie (e dalla suocera) come uno «smidollato». Questa rappresentazione che egli stesso condivideva era potenzialmente patogena. Il bambino spesso si arrampicava sulla schiena del padre per farsi trasportare, un gioco che piaceva a entrambi. A volte, però, il padre temeva che la schiena gli cedesse. Questo non poteva dirlo al bambino per paura di essere considerato debole. Così finiva per arrabbiarsi e deporre bruscamente il bambino a terra, facendolo piangere. Nuovamente, una specifica rappresentazione generava un comportamento fonte di disagio.


Vediamo un altro caso di madre rifiutante

Il figlio aggressivo

CASO CLINICO 6.2 – Tambelli — Stern [1995 – trad. it. 2007]

Una madre considera aggressivo il figlio di 13 mesi e pensa che le faccia del male.

Lo ha sempre considerato così. ha vissuto la gravidanza come dolorosa. Da neonato, il bambino le faceva male quando le succhiava il seno. E adesso, a 13 mesi, la madre interpreta per lo più come aggressivo il suo comportamento esplorativo assertivo.

Come reazione probabilmente provoca nel bambino crisi di collera, comporamento difficile e aggressività.

Nel caso specifico sopra illustrato, il terapeuta ha messo in relazione le rappresentazioni che la madre ha del figlio come aggressivo e di se stessa come fisicamente vulnerabile  e le sue esperienze infantili, di ripetuti ricoveri e interventi chirurgici,  che la portano a sentirsi particolarmente vulnerabile all’aggressività fisica (problema centrale esistente anche in altri contesti, tra cui quello sessuale) e di conseguenza ad interagire in modo patogeno con il bambino.


La forza principale del cambiamento in tale contesto, secondo D. Stern, è l’interpretazione, volta a connettere i ricordi e le rappresentazioni relative ai conflitti infantili della madre, i suoi temi conflittuali centrali attuali e l’interazione madre-bambino attuale.

Quando la donna riesce a liberarsi da queste rappresentazioni interferenti, che provengono dalla sua storia personale, sia per lei, che per il suo bambino si rendono disponibili nuovi percorsi per la crescita e lo sviluppo. Per ritrovare il legame d’amore perduto.

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Riferimenti:

  • Psicologia Clinica dell’Età Evolutiva, Renata Tambelli, Il Mulino, 2012

Autore dell'articolo: Matteo Stievano

Dottore in Psicologia, laureato all’Alma Mater di Bologna.