Identificazione Proiettiva, cos’è e come utilizzarla in terapia

IN BREVE: Il concetto di Identificazione proiettiva si divide in 3 fasi: Proiezione, Pressione e Re-internalizzazione. Va oltre al concetto classico di Transfert (che consiste in una rievocazione di sentimenti già vissuti dal terapeuta), poiché presuppone che il paziente “metta dentro” al terapeuta sentimenti che non appartengono a lui, attraverso “pressioni” psicologiche e comportamentali. Il terapeuta fa fronte a questi sentimenti e mostra al paziente come gestirli.


Questo articolo è un riassunto, ragionato, del contributo di Paolo Migone postato su PSYCHOMEDIA. Per maggiori approfondimenti e tanti esempi clinici cliccate sul link.


Il Ruolo Terapeutico, 1988, 49: 13-21

La identificazione proiettiva

La identificazione proiettiva è un concetto che negli ultimi anni è sempre più entrato nel linguaggio psicoanalitico: permette di tenere conto della importanza della interazione tra le persone nella genesi della psicopatologia, uscendo così da un’ottica puramente individuale o intrapsichica, e permette, secondo alcuni, evitare il ricorso a formulazioni metapsicologiche, poichè concetto clinico.

Thomas Ogden sostiene che per definire l’identificazione proiettiva la si possa dividere in tre fasi successive:

Prima fase: la Proiezione

In questa prima fase vi sarebbe il desiderio inconscio di sbarazzarsi di una parte di sé e di metterla o proiettarla dentro a qualcun altro. Si tratterebbe quindi, fin qui, della proiezione in senso classico secondo Freud. Ma chi è colui che proietta? Può essere chiunque, una persona verso un’altra, la madre verso il bambino o viceversa, ecc.; tipicamente si parla del paziente che proietta verso il terapeuta, ma può essere benissimo che il terapeuta proietti verso il paziente (per comodità, mi riferirò più avanti al paziente come colui che proietta).

E perché la persona proietta?

Classicamente, come anche fece notare la Klein quando per prima nel 1946 formulò questo concetto [Notes on some schizoid mechanisms. Int. J. Psychoanal., 1946, 27: 99-110], si parla di 2 motivi fondamentali:

  • innanzitutto la persona sente il bisogno di proiettare una parte fuori di sé, poiché teme che questa parte, essendo “cattiva”, possa distruggere dal di dentro le altre parti “buone” del sé;
  • Il bisogno di proiettare una parte di sé può anche nascere da un motivo opposto, cioè può essere la parte buona ad essere proiettata, in quanto vi è il bisogno di proteggerla dagli attacchi aggressivi delle altre parti del sé (che in questo caso quindi sarebbero cattive).
Come avviene concretamente la proiezione?

È ovvio che appare improbabile che si tratti di oggetti fisici, cioè di parti di cervello scagliate contro un altro o messe “dentro” la sua testa. Si dirà, come al solito, che sono metafore.

In psicoanalisi si è sentito il bisogno di modificare la terminologia, abbandonando quella classica basata sui concetti di transfert/controtransfert, e usare il termine identificazione proiettiva.

Come è noto, nella concezione psicoanalitica classica il controtransfert viene visto in senso stretto come “transfert del terapeuta”, cioè come una rievocazione, dovuta alla relazione col paziente, di sentimenti già vissuti dal terapeuta nel suo passato. E’ una mia impressione che il termine identificazione proiettiva sia stato trovato da molti analisti più utile di quelli precedenti di transfert/controtransfert proprio per questo, perché rendeva bene l’idea dell’aspetto relazionale del problema, laddove l’incontro col paziente portava veramente qualcosa di nuovo nel terapeuta (che prima non c’era).

Seconda fase: la Pressione interpersonale

Mentre, coma abbiamo visto, la prima fase in sé e per sé non ha niente di specifico e di diverso dalla proiezione intesa in senso classico, la seconda e terza fase caratterizzano la identificazione proiettiva in modo specifico. In particolare, la seconda fase è caratterizzata da una ben precisa “pressione interpersonale”, di tipo quindi non solo psicologico, ma anche comportamentale, attuata da colui che proietta su colui che riceve la proiezione, affinché quest’ultimo arrivi veramente a provare quel determinato sentimento che vuole essere proiettato. A questo proposito la Klein parlava di “controllo” da parte di chi proietta su colui che riceve la proiezione. Sembrerebbe quasi che colui che proietta voglia continuamente rassicurarsi che un determinato sentimento sia veramente depositato nell’altro.

Sostenere, come definizione, che la identificazione proiettiva è caratterizzata da una pressione interpersonale è una affermazione densa di implicazioni. Ogden afferma che non si può parlare di identificazione proiettiva se le due persone non interagiscono concretamente tra di loro, cioè deve esistere un rapporto interpersonale, meglio se stretto, intimo o di dipendenza, come quello tra madre e bambino, tra paziente e terapeuta, ecc.

Se le due persone non sono in contatto, allora si parla di semplice proiezione, che, secondo Ogden, è un processo puramente “intrapsichico”.

Un esempio.

Se uno per esempio è convinto che il vicino di casa sia omosessuale (e supponiamo che questa sia una difesa proiettiva tesa ad espellere un pensiero disturbante riguardante il sé), e il vicino di casa non sa niente di tutto ciò, è ovvio che egli non è minimamente toccato (a meno che non crediamo nella telepatia, ma su questo interessante argomento, che come vedremo può avere stretti legami col concetto di identificazione proiettiva, torneremo dopo). E se anche una volta il vicino sente dire che l’altro lo crede un omosessuale, egli può sorridere, scrollare le spalle, o dirsi che quello è un po’ matto, e tutto può finire qui (a meno che il vicino, oggi felicemente sposato, non abbia un passato omosessuale da nascondere! – può osservare un analista che aderisce alla concezione classica di controtransfert). Se però i due interagiscono a lungo insieme, le cose possono essere molto diverse, specie se i due sono marito e moglie, madre e figlio, terapeuta e paziente, ecc. I sentimenti possono essere evocati (o proiettati, se vogliamo usare questo termine più suggestivo) con molta forza, e la vittima a volte può soccombere, e arrivare a dire “Ebbene, è vero, lo sono!”.

L’esempio può essere più convincente se consideriamo non tanto l’omosessualità (in realtà l’identità sessuale è molto più forte di quanto si pensi), ma altre qualità, come l’inferiorità, la vergogna, l’impotenza, la depressione, l’invidia, sensi di colpa vari, e così via, insomma gran parte delle cose che provano i nostri pazienti.

La differenza tra proiezione e identificazione proiettiva si potrebbe dire sia solo quantitativa, nel senso che quest’ultima possiede molto di più il carattere della violenza, della intrusione, della inevitabilità, o, come dice lo stesso Ogden, quel carattere della minaccia, che nasce da un disperato bisogno che l’altro sia depositario della proiezione, altrimenti ne va della sopravvivenza stessa di colui che proietta.

Il riferimento diretto qui è a quelle madri gravemente disturbate e intrusive che nutrono cronicamente i loro figli con morbose identificazione proiettiva cariche della implicita minaccia che se loro non incarnano le paure e i vissuti (da loro stesse identificatoriamente proiettati) essi “cesseranno di esistere” per la loro madre, cioè diventeranno inutili, o ne sarà minacciata la sopravvivenza psichica, e quindi la madre, o loro, o entrambi, moriranno.

NB: Una cosa molto importante da sottolineare, in aggiunta a tutto ciò, è che le identificazioni proiettive non sono di per sé sempre patogene, anzi spesso, cambiando contenuto e qualità, sono benigne, e costituiscono l’humus in cui cresce e matura l’io del bambino.

Terza fase: la Re-internalizzazione

La terza fase è la più misteriosa di tutte, la più affascinante, e quella che apre i più grossi interrogativi sul reale meccanismo della cura in psicoterapia. Questa ultima fase infatti, che è facoltativa in quanto può non essere presente, riguarda l’aspetto terapeutico, cioè è quella che dà la possibilità al terapeuta di agire in senso curativo oppure di far rimanere il paziente (e il terapeuta stesso) fermo alla seconda fase, senza alcun mutamento.

La terza fase viene detta della reinternalizzazione, in quanto in essa la parte dapprima proiettata nel terapeuta verrebbe ora reinternalizzata dal paziente. Ciò implica essenzialmente che il paziente non abbia più bisogno di proiettarla fuori, e quindi che egli è “guarito” o che comunque qualcosa è cambiato: o la parte prima proiettata è meno pericolosa di prima, o viene vissuta come meno pericolosa, o il sé del paziente è ora più forte e tale da poterla tener dentro, per così dire assumendosene la responsabilità, oppure tutte queste cose insieme.

Si teorizza che questa fantasia disturbante proiettata, questa “patata bollente”, che nessuno prima voleva, ora scotta meno, e può essere ripresa, segnatamente dal paziente. Il paziente se la riprende solo dopo che ha visto che il terapeuta è stato capace di tenerla. Si parla del fenomeno nei termini seguenti: il terapeuta riceve addosso questa parte proiettata, la fa propria per un po’, contenendola, “digerendola” o “metabolizzandola”, per poi restituirla al paziente, trasformata e pronta per la reinternalizzazione.

Ma che cosa esattamente deve fare il terapeuta per favorire la reinternalizzazione da parte del paziente?

Si dice che il terapeuta deve “sentire” questo sentimento, guardarlo, contenerlo, conviverci per un po’, eventualmente parlarne col paziente, insomma non trattarlo anche lui come una patata bollente riproiettandolo fuori (o negandolo, mascherandolo, spostandolo, ecc).

Ciò è possibile in quanto il terapeuta è una persona diversa dal paziente, e quindi anche se in un dato momento il terapeuta è in contatto con la parte proiettata allo stesso modo del paziente, in un momento successivo egli fa un’esperienza diversa, perché la parte proiettata, una volta inserita nella più vasta personalità del terapeuta, genera un diverso insieme di sentimenti, che nel paziente non erano stati generati (un terapeuta ad esempio può anche arrivare a gioire di un determinato sentimento, o far dell’ironia su di esso). Sono questi nuovi sentimenti quelli che il paziente vede, coi quali entra in contatto, e nei quali può identificarsi “internalizzandoli”.

Il fulcro del processo terapeutico consisterebbe nel lavoro, a volte lungo e faticoso, da parte del terapeuta a contenere, “macinare” questi sentimenti generati in lui, fino a che egli non riesce a starci un po’ meglio, a conviverci, ad avere una “relazione felice” con essi. Ciò può implicare un lavoro da parte del terapeuta per individuare capacità (skills), strategie adattive, cognitive ed emotive, tutte cose preziose per il paziente privo di tali abilità. Per questo motivo ogni terapia è diversa da un’altra, poiché ogni terapeuta è diverso da un altro, e il paziente imparerà le personali strategie adattive che il suo terapeuta è stato capace di mettere in atto.

L’aspetto centrale della terapia sarebbe dunque l’apprendimento, da parte del paziente, di determinate strategie (affettive, cognitive, ecc.) che il terapeuta mette in atto per far fronte agli stati emotivi che egli vive nell’interazione con lui.

Molti autori che hanno approfondito lo studio della identificazione proiettiva, e che hanno acquisito molta esperienza nel lavoro con pazienti gravi, hanno sottolineato come in effetti il fattore curativo è permettere al paziente questa (re)internalizzazione attraverso l’interazione terapeutica in modo praticamente silente, cioè col vissuto, e NON TRAMITE L’INTERPRETAZIONE (“Interpretazioni-scarica”).

L’interpretazione viene percepita spesso e volentieri dal paziente come una “scarica” addosso a lui di quello che egli faticosamente chiedeva al terapeuta di contenere.

La intellettualizzazione (attraverso l’interpretazione verbale) verrebbe usata dal terapeuta come difesa per negare il vissuto, cioè per non subire o sentire quel determinato sentimento che il paziente ha bisogno di far provare al terapeuta.

Si potrà obiettare che non è l’interpretazione in se stessa che possiede questa qualità che abbiamo chiamato di “scarica”, quanto il modo con cui essa viene fatta, il contesto in cui nasce, ecc. Anche se questa obiezione è giusta, la cosa interessante del mondo in cui diversi autori deenfatizzano il ruolo dell’interpretazione (anzi la considerano inutile e pericolosa in certe fasi della terapia) è che essi attribuiscono un ruolo determinante al vissuto emozionale, agli aspetti identificatori, o se vogliamo, alla qualità di “esperienza emozionale correttiva” dell’interazione terapeutica.

Considerazioni conclusive

Le intuizioni e le esperienze cliniche che fanno capo al concetto di identificazione proiettiva rappresentano un bagaglio di conoscenze di estremo interesse, e contemporaneamente sollevano importanti interrogativi sul percorso psicoanalitico classico alla ricerca del “vero meccanismo d’azione” della psicoterapia. Come si è visto, uno degli aspetti più interessanti è la rivalutazione della “esperienza emozionale” come fattopre curativo.

L’osservazione critica che mi preme fare in queste considerazioni conclusive è, in un certo senso, di ordine filosofico. A parte i problemi che si incontrano nel teorizzare che alcuni sentimenti che proviamo possono “non essere nostri”, e nel distinguere questi con quelli che invece ci appartengono, mi sembra che una radicalizzazione delle implicazioni insite in un approccio coerentemente relazionale rischi di condurci a una negazione del soggetto, o per lo meno a una difficoltà a costruire una teoria della fondazione del soggetto. Se quello che noi proviamo è potenzialmente una espressione dell’altro, chi siamo noi, e come vengono generati i nostri vissuti? Questa problematica è molto evidente a livello clinico, dove vediamo che una costante utilizzazione del concetto di identificazione proiettiva può portare a negare i reali contributi del terapeuta, riducendo la complessità della interazione, in altre parole portando a un uso difensivo di questo concetto da parte dell’analista.

Come non è “sempre” vero che i vissuti del paziente sono transferalmente determinati dal suo passato, così non è “sempre” vero che i nostri vissuti sono proiettati dentro di noi dal paziente.

Ma allora, di nuovo, come si fa a distinguere i momenti in cui siamo vittime di una identificazione proiettiva da quelli in cui non lo siamo? Anzi: secondo una prospettiva relazionale è lecito affermare che vi sono momenti in cui siamo soggetti all’influenza dell’altro e momenti in cui non lo siamo affatto?


Riferimenti:

LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE, scritto da Paolo Migone

  • Migone P., Terapia psicoanalitica. Milano: Franco Angeli, 1995, cap. 7.
  • Migone P., Expressed Emotion and Projective Identification: A bridge between psychiatric and psychoanalytic concepts? Contemporary Psychonalysis, 1995, 31, 4: 617-640.

Paolo Migone
Condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane
Parma, E-Mail <migone@unipr.it>

Autore dell'articolo: Matteo Stievano

Dottore in Psicologia, laureato all’Alma Mater di Bologna.