Mamma, lasciami stare! (da “Psicologia Contemporanea”)

IN BREVE: I ragazzini di oggi sembrano più indaffarati di un’amministratore delegato. I genitori riempiono totalmente le loro giornate e fanno in modo che siano sempre occupati, tra scuola, sport, lezioni di musica, compiti.. ma il tempo libero, il gioco, l’interazione fra pari sono fondamentali per i bambini, come per i preadolescienti e adolescenti. Sempre di più c’è il rischio che i genitori, volendo figli “superdotati”, facciano in modo che essi diventino, invece, incapaci di vivere una propria vita individuale, in contatto (fisico ed emotivo) con gli altri.


Un articolo di Silvia Vegetti Finzi, scritto per Psicologia Contemporanea


Figli adolescenti spesso più impegnati di un amministratore delegato, solo perchè l’agenda gliela riempiono i genitori.

L’agenda di Luca, 12 anni, sembra quella di un amministratore delegato, tanto è zeppa d’impegni. Termina la scuola alle 16 e subito lo attendono gli appuntamenti del cosiddetto tempo libero, che meno libero non potrebbe essere: due pomeriggi in piscina, due di tennis, uno al corso di conversazione in inglese. Appena uscito dal portone della scuola, la mamma lo sottrae al gruppo dei compagni con cui vorrebbe fermarsi a chiacchierare, lo fa salire in macchina e via di corsa nel traffico cittadino.

Durante le attività sportive, mentre la mamma valuta le sue prestazioni confrontandole con quelle degli altri, Luca incontrerà senz’altro molti coetanei, ma difficilmente, in una competizione regolata e monitorata, vi sarà modo di fare amicizia con qualcuno. Gli amici si scelgono, non basta appartenere alla stessa squadra.

Tornati a casa, la mamma liquida un’amica che vorrebbe venire a trovarla, con la giustificazione: «Dobbiamo fare i compiti», dove non si capisce bene chi sia il protagonista dell’impresa. Una commistione che rende difficile, per gli insegnanti, valutare i livelli di apprendimento degli allievi, col risultato di introdurre continue verifiche in classe.

Come ogni pomeriggio, mamma e figlio siedono l’uno accanto all’altra eseguendo compiti che spesso devono essere completati dopo cena. Luca si sente oppresso e ogni tanto vorrebbe urlare: Mamma, lasciami stare!». Gli piacerebbe concentrarsi sui giochi elettronici, ascoltare musica a palla, sdraiarsi sul divano, scherzare col gatto, sfogliare un fumetto e soprattutto non far niente. Ma, inesorabilmente, la mamma lo richiama ai suoi obblighi.

Luca sa che i genitori vogliono il suo bene e fa di tutto per non deluderli, ma questa accondiscendenza rischia di renderlo passivo e dipendente.

Viviamo in una società competitiva, dove il futuro è incerto e minaccioso: molti giovani resteranno probabilmente senza lavoro e ben pochi troveranno un’attività corrispondente alle loro aspirazioni, per cui, nella corsa della vita, i genitori tendono a trasformarsi in allenatori. Sono loro a scegliere la scuola, gli insegnanti, la palestra, gli amici, le vacanze, gli studi superiori, la professione che i figli dovranno esercitare. E a imporre il ruolino di marcia da osservare, gli obiettivi da raggiungere e i risultati da ottenere.


Prigionieri dell’ansia da prestazione, questi ragazzi incrementano competenze abilità a scapito dell’evoluzione complessiva. Non essendo liberi di scegliere, non possono sbagliare, ma senza rischi non si cresce: la vita s’impara solo vivendo.

Cercando di metterli al riparo dalle frustrazioni, i genitori li chiudono in una gabbia dorata, cioè, appunto, pur sempre una gabbia, in cui non c’è posto per il gioco, la fantasia, l’introspezione, l’elaborazione delle emozioni. Non si rendono conto che così facendo inaridiscono la dimensione esistenziale del figlio, quella che si sviluppa nella libertà anche di oziare, fantasticare, prevedere futuri possibili, evocare un’orizzonte verso il quale procedere.

Sono sempre di più i ragazzini che, schiacciati da richieste insostenibili, incapaci di corrispondere le aspettative della famiglia, finiscono per sentirsi inadeguati sino a perdere sicurezza e autostima. Di conseguenza, aumentano le patologie legate all’ansia, come l’iperattività e la difficoltà a concentrarsi.



Per prevenire anziché curare, i genitori farebbero bene ad allentare la presa, concedendo man mano ai bambini maggiori ambiti di autonomia, di spontaneità, d’iniziativa, evitando di sorvegliare tutti i loro comportamenti. È inevitabile proiettare i propri sogni sui figli, ma vi e il rischio di sovrapporli ai loro, bloccando i processi di crescita che fanno dire “io sono così”. Lo scopo dell’educazione consiste soprattutto nel far emergere il desiderio del ragazzo e, coniugandolo con il senso di responsabilità, sostenerne la realizzazione. Ma solo un genitore che abbia riconosciuto, nelle proprie pretese, l’interferenza dell’onnipotenza inconscia, può restare accanto al figlio che cresce con vigile disponibilità, senza prevaricarlo.

La capacità di ” darsi un limite accettando la possibilità che il ragazzo, lasciato a se stesso, sia diverso da quello che i genitori avevano prefigurato e sperato, fa parte dei compiti genitoriali.

Stiamo attraversando una crisi epocale di cui non intravediamo la conclusione e, proprio per questo, noi adulti abbiamo bisogno, fatta la nostra parte, di consegnare il testimone alle nuove generazioni. Un lascito che va sostenuto con fiducia, nella convinzione che ogni generazione possieda le risorse per far fronte alle difficoltà che potrà incontrare. Purché i giovani procedano insieme, evitando che l’agonismo favorisca un’esasperata conflittualità individuale. L’lo contro tutti non paga, meglio sostituirlo con il senso della comunità, con un “noi” solidale, che si forma in situazioni di convivenza e collaborazione tanto nella scuola, quanto in ambiti extrascolastici.

 


Riferimenti:

  • Psicologia Contemporanea: http://www.psicologiacontemporanea.it/
  • Silvia Vegetti Finzi: http://blog.iodonna.it/psiche-lei/

Autore dell'articolo: Matteo Stievano

Dottore in Psicologia, laureato all’Alma Mater di Bologna.