Cosa trasforma un Deficit in un Handicap sociale?

IN BREVE: Un Deficit si trasforma di un Handicap sociale quando l’ambiente del soggetto gli richiede competenze che egli non possiede. La scuola, in questo senso, invece di essere un facilitante e promotrice di crescita, spesso si rivela un ambiente altamente richiestivo e competitivo, in cui si passa facilmente dall’interessamento per i bisogni dei bambini, al facile etichettamento degli stessi come “bisognosi di cure” e ciò ha grandi conseguenze sul piano psicologico e sulla vita futura dei bambini.


Cosa trasforma un Deficit in un Handicap sociale?

Gli autori McDermott e Varenne provano a rispondere alla prima domanda nel ’96, partendo dall’osservazione degli abitanti della piccola isola di Martha’s Vineyard.

Martha’s Vineyard è un’isola degli Stati Uniti d’America, nel Massachusetts, vicino alla costa meridionale di Cape Cod.  L’isolo è famosa perché nel corso dell’Ottocento circa lo 0,7% della popolazione era affetta da sordità, una percentuale di circa 20 volte superiore la media nazionale dell’epoca –  Per l’abitudine dei protestanti di sposarsi fra consaguinei, la popolazione sorda aumentò considerevolmente, inoltre l’isola era del tutto indipendente, e i collegamenti con la madrepatria erano molto difficoltosi a causa delle cattive condizioni del mare

La patologia era così diffusa che a Martha’s Vineyard essere sordi non era un handicap: moltissimi abitanti conoscevano la lingua dei segni di Martha’s Vineyard, un dialetto della lingua dei segni americana, sviluppatosi proprio sull’isola, e lo usavano regolarmente anche fra persone udenti cosicché anche i sordi potevano lavorare regolarmente, si sposavano e avevano figli.

Partendo da questa esperienza diretta gli autori si interrogano sul processo che in altri contesti trasforma un deficit in un handicap sociale e su come studiare il rapporto fra cultura, sviluppo e disabilità, chiedendosi quali effetti possa avere l’etichettamento di un bambino come “bisognoso di aiuto”

McDermott e Varenne affrontano la questione riassumendo i principali approcci teorici che, nel corso del tempo, hanno cercato di offrire una spiegazione al problema delle differenze fra gruppi e individui.

– Adottando l’approccio della deprivazione culturale, si parte dall’assunto che le differenze fra le culture possano essere misurate con i diversi indicatori di sviluppo – così si assume che un insieme di compiti possa misurare le capacità di tutti gli individui appartenenti a diversi gruppi sociali e quelli che raggiungono bassi livelli in questi compiti sono presi ad esempio per indicare cosa un certo gruppo non ha sviluppato o non ha appreso. C’è un confronto diretto fra chi possiede cultura e apprendimentie chi invece non si trova in questa condizione.L’handicap di un soggetto viene inteso come una mancanza e la scuola contribuisce solo a sottolineare le differenze.

– L’approccio delle differenze culturali, invece, sostiene che nei diversi gruppi le persone crescono e si sviluppano in sintonia con le richieste della propria cultura e le differenti culture offrono quindi percorsi diversi allo sviluppo. I ricercatori criticano l’uso di prove predefinite e si focalizzano piuttosto sui compiti quotidiani intesi come strumenti culturali. Viene sancito il rispetto per la diversità e l’handicap viene inteso come differenza. La scuola è un contesto in cui i soggetti in difficoltà devono mostrare abilità che faticano ad utilizzare.

– Infine, l’approccio che vede la cultura come produttrice di incapacità indica nella cultura stessa, aiutata dalle istituzioni, la ragione di una rigida e riproduttiva distribuzione dei ruoli sociali, rispetto ai quali gli individui devono essere consapevoli che, sulla base delle conoscenze da essi possedute, è concesso loro di occupare solo un certo ruolo e non altri. Il sistema economico, quello scolastico e quello di selezione aiutano a realizzare questi percorsi e li legittimano. Le culture non solo offrono l’occasione per costruire le differenze, ma anche gli strumenti per farlo. Nella scuola i soggetti in difficoltà sperimentano molto precocemente l’insuccesso.

Gli autori sono a favore dell’approccio delle differenze culturali, evidenziando la necessità di prove standardizate e come l’esperienza scolastica possa essere fattore di protezione solo se si realizzano condizioni non competitive e di rispetto reciproco.

Il fenomeno delle difficoltà scolastiche è in costante aumento.

Ciò, a causa di diversi fattori, che oscillano tra una maggiore attenzione da parte degli insegnanti e una tendenza alla deresponsabilizzazione e del facile etichettamento di bambini come “affetti da un disturbo”.

Alcuni autori hanno raccolto 14 relazioni tra decisioni degli insegnanti e percorsi scolastici degli alunni, evidenziando come la definizione di difficoltà scolastiche è una categoria molto elastica. Il decidere se e quando un alunno ha bisogno di essere inserito in un programma speciale finisce per basarsi spesso sul numero di insegnanti a disposizione e sulla reattività della burocrazia, più che sulla caratteristiche dell’alunno in se e la categorizzazione del bambino come “in difficoltà” può causare un effetto Pigmalione negativo che lo imprigiona in questa categoria, senza dargli possibilità di miglioramento.

Separando dagli altri chi si trova in difficoltà non consente di approfittare dei benefici dell’interazione fra partner che possiedono diverse abilità. Definire le differenze come una mancanza o un’inadeguatezza, sfruttare la forza persuasiva di un numero per trovare una conferma ai propri generici sospetti offre ai soggetti in difficoltà l’occasione di una carriera inarrestabile, che sopratutto nella scuola li definisce senza possibilità d’appello.


Riferimenti:

  • Carugati F., Selleri P. ( 2005). Psicologia dell’educazione, Bologna, Il Mulino

Autore dell'articolo: Matteo Stievano

Dottore in Psicologia, laureato all’Alma Mater di Bologna.